Prima SAPERE Libri I popoli che lottano riscrivono sempre la storia. Roger Coudroy e la rivoluzione palestinese

I popoli che lottano riscrivono sempre la storia. Roger Coudroy e la rivoluzione palestinese

“I fedayin di Al-Asifah sono l’avanguardia del popolo palestinese. Io non sono un esperto militare, ma posso affermare che la lotta armata è l’unica via che conduce alla liberazione della Palestina.” (Roger Coudroy)

L’affermazione della verità storica è un atto di coraggio in questi tempi oscuri. È la scelta rivoluzionaria di andare controcorrente per squarciare quel silenzio ipocrita che copre come un sudario vicende di cui si preferirebbe non sentir più parlare. Questa volta lo ha fatto Passaggio al Bosco, una giovane casa editrice con le idee ben chiare e con il coraggio necessario per affermarle, pubblicando un testo estremamente interessante sul dramma palestinese; un «impubblicabile» si direbbe oggi.

Si tratta del reportage di Roger Coudroy intitolato «Ho vissuto la resistenza palestinese», assolutamente inedito in Italia e che vide la luce per la prima volta quasi cinquanta anni fa per iniziativa del Centro di Ricerche dello OLP e recante una breve nota introduttiva dell’allora direttore generale Anis Sayegh, presente anche in questa edizione.

La editrice Passaggio al Bosco, con questa pubblicazione, ha voluto così riportare al centro dell’attenzione e quindi del dibattito politico la questione palestinese, da troppo tempo espulsa dall’interesse generale. La questione palestinese, ovvero le tribolazioni di un popolo oppresso, scacciato, perseguitato e criminalizzato per aver osato rivendicare davanti al consesso internazionale con ogni mezzo a sua disposizione, compresa la lotta armata – necessariamente con la lotta armata – il sacrosanto diritto ad essere se stesso sul proprio legittimo suolo, il diritto al riconoscimento della propria specifica identità nazionale e culturale, il dovere altrettanto legittimo alla piena sovranità e pertanto all’autodeterminazione politica.

Condizioni di vita essenziali che sono sempre state brutalmente negate dall’espropriatore della loro terra, dall’occupante sionista.

Secondo i dati forniti da Rafat Hamdouna, direttore del Centro Studi sui prigionieri palestinesi, sarebbero oltre 5.700 i prigionieri politici attualmente rinchiusi nelle carceri israeliane dall’inizio di quest’anno. Di questi, almeno 1.900 sono stati arrestati nella sola Gerusalemme occupata.

Oltre 300 sono stati i palestinesi assassinati dalla fine del 2015 ad 0ggi, mentre il numero dei prigionieri condannati all’ergastolo dai tribunali sionisti, spesso tribunali militari, è cresciuto a livelli esponenziali giungendo a quota 504.

Questi dati impressionanti svelano il vero volto dell’entità sionista. Il volto di «Israele, nemico dell’uomo» come recita un verso di una nota poesia del poeta e combattente palestinese Sameeh Al Qassem, quello del sopruso e della sistematica repressione. Eppure nessuno ne parla.

Pubblicare questo libro è stato quindi un atto di grande onestà intellettuale, in special modo quando l’intero mondo politico internazionale, salvo rarissime eccezioni, l’informazione, la stampa e l’opinione pubblica accettano supinamente di essere tacitati dalla propaganda degli imbonitori sionisti; perché ad Israele tutto è permesso, non può assolutamente essere oggetto di critica, nonostante abbia aggredito e spogliato i palestinesi della loro patria.

L’establishment di Tel Aviv detta le regole morali e politiche che giustificano la sua azione di destabilizzazione nella regione e tutti vi si devono adeguare. La potente lobby mondialista e sionista degli USA garantisce al contempo l’ombrello protettivo allo status quo con tutta la sua ricattatoria autorevolezza.

Tornano allora di pressante attualità le acute parole che Saint-Loup scrisse nel 1970 a preambolo dell’edizione italiana del suo libro dedicato alla nascita dell’entità sionista «Il sangue di Israele», ovvero il sangue versato dai palestinesi: “Ecco che la mezzaluna subentra alla croce uncinata, gli arabi agli hitleriani. Israele dimentica però di parlare, nella sua propaganda mondiale, di un popolo che ha volontariamente aggredito, poi deportato, per allargare il suo Stato e occupare Gerusalemme: il popolo palestinese. Speriamo che in Italia, paese profondamente umano ed illuminato da un’antica civiltà, molti lettori ci seguiranno per dire, nel concerto internazionale delle passioni, il diritto che è oggi interamente dalla parte dei palestinesi.”

Qualcosa è cambiato in positivo nel frattempo? Assolutamente no! Le sacrosante considerazioni di Saint-Loup mantengono intatta la loro validità, e non possono essere smentite.

Soprattutto adesso che si annuncia la sciagurata decisione di proclamare Gerusalemme capitale definitiva dello stato ebraico, in totale spregio di precedenti accordi internazionali. L’arroganza sionista non conosce limiti ed è pronta anche a scatenare l’inferno sulla terra pur di conseguire i suoi biblici obiettivi. La minaccia, neanche tanto velata, di un possibile utilizzo del suo arsenale nucleare ci conferma questa pazzia.

Ecco allora l’importanza di proporre all’attenzione dei lettori «Ho vissuto la resistenza palestinese». Attraverso le toccanti vicende narrate da Roger Coudroy tanti fatti e retroscena tornano a rivestire la loro reale dimensione storica. Un percorso che porterà l’autore, un militante nazionalrivoluzionario di Jeune Europe, quindi un militante europeista e antiimperialista, al fatale passaggio dalle armi della critica alla critica delle armi; dal reportage giornalistico e dalla condanna verbale alla decisione di imbracciare le armi come fedayin nei ranghi di Al Fatah, manifestando così una solidarietà concreta ed una totale adesione ai programmi e ai presupposti della rivoluzione palestinese: “Perché coloro che combattono sono gli unici che sanno sostituire l’angoscia con la speranza.”

Testimoniare con la propria vita e con le proprie azioni la nobiltà della lotta di un popolo oppresso e l’eroismo impresso in maniera indelebile in quella lotta, così fece Coudroy giocandosi la pelle non per spirito di avventura ma perché pienamente consapevole che l’Europa si difendeva anche in Medio Oriente e che la rivoluzione europea non poteva che sostenere attivamente la rivoluzione palestinese. La pensava così anche Jean Thiriart. Non a caso i primi posters inneggianti al valore dei guerriglieri palestinesi, che in quegli anni cominciarono a circolare in Europa, recavano la croce celtica di Jeune Europe. Furono sempre figure prestigiose dell’ambiente nazionalrivoluzionario europeo come Maurice Bardèche, François Duprat, Lèon Degrelle, René Binet, Franco Freda e molti altri ancora, a sollecitare una maggiore attenzione e una esplicita solidarietà nei confronti della lotta palestinese.

Nelle pagine di «Ho vissuto la resistenza palestinese» emerge tutta la drammaticità dei campi profughi e la profonda dignità di un popolo che nonostante la disperazione cerca di ricostruirsi una vita.

Sono commoventi le parole che Coudroy utilizza per descriverci la dolcezza delle donne palestinesi, la tenacia che le contraddistingue nell’affrontare la durezza di una esistenza da orfani della propria patria: “Indossano dei lunghi abiti stretti in vita, ricamati con ghirlande di fiori multicolore, ora nere, ora rosse, ora blu. Il velo bianco e fine che pende sui loro lunghi capelli neri fino alla vita, dà loro un alone di mistero. Hanno le guance dolci, il naso fine e le labbra tenere. Gli occhi sognanti sotto le lunghe ciglia abbassate. Sorridono. Per loro la vita continua. Sono le donne della Palestina.”

Si comprende allora il significato che riveste la parola Al-Nakba nella memoria palestinese.

Al-Nakba, il «disastro», la «catastrofe»; la feroce e deliberata «pulizia etnica» che le milizie sioniste guidate da David Ben Gurion scatenarono contro l’inerme popolazione palestinese.

Era il 1948, quando l’ONU, su pressione degli USA e con l’approvazione dell’URSS, concesse ai sionisti metà della Palestina nonostante che costoro in  quel momento ne occupassero solamente il 5,8% del territorio. La vera intenzione dei sionisti fu però quella di occuparne con la forza almeno l’80%. Il 15 Maggio dello stesso anno iniziarono l’offensiva: 531 villaggi palestinesi – come quelli di Beit Darrasse, Beit el Khoury e Deir Yassin – verranno rasi al suolo, migliaia di famiglie palestinesi, bambini compresi, finiranno massacrate dalle milizie terroriste sioniste – Haganah, Irgun Zvai Leumi, Lohamei Herut Israel – e circa l’85% della popolazione araba venne così scacciata con la violenza dalla Palestina.

Il primo ministro israeliano Golda Meir, l’8 Marzo 1969, rispondendo all’intervistatore del The Sunday Times che le domandava se non fosse il caso di restituire ai palestinesi i territori arbitrariamente occupati, affermò provocatoriamente: “Come possiamo restituire i territori occupati? Non c’è più nessuno a cui restituirli.”

Non contenta, il 15 Giugno, sempre allo stesso giornale, rincarò la dose: “Non esiste qualcosa come un popolo palestinese. Non è che siamo venuti, li abbiamo buttati fuori e abbiamo preso il loro paese.”

Ecco il significato di Al-Nakba, orgogliosamente rivendicato anche da Israele. Bisogna riconoscere che la faccia tosta non è mai mancata ai vertici di Tel Aviv.

D’altronde, la delirante pretesa dei fanatici sostenitori del sogno sionista del «focolare ebraico» in Palestina arrivò perfino a sostenere che la Palestina fosse una terra senza popolo da consegnare ad un popolo senza terra.

Quanto di più falso! Il popolo palestinese esisteva, viveva, lavorava, in pace con se stesso e con il proprio Dio. Quel popolo andava quindi necessariamente scacciato, con le buone o con le cattive.

I predoni preferirono le «cattive».

La testimonianza di Coudroy è arricchita ulteriormente dagli interessanti saggi di Claudio Mutti e Andrea Niccolò Strummiello che costituiscono l’introduzione e la postfazione.

Ambedue, ricostruiscono egregiamente a beneficio del lettore il contesto storico e politico e la figura di Roger Coudroy, compreso il riconoscimento che ricevette da Al Fatah all’indomani della sua morte. Cadde in combattimento il 3 Giugno 1968, il suo nome di battaglia come fedayin era Salah, il giusto.

Roger Coudroy ha incarnato con il suo esempio l’Europa ancora invitta, capace di infiammarsi pur di conseguire un sogno e una speranza. Capace di combattere e di morire non per meschini interessi, ma per conquistare vasti orizzonti. Nel suo caso fu quello di una nazione libera e sovrana chiamata Palestina. Uniamo il nostro augurio a quello delle genti palestinesi, affinché la loro tenace ed eroica lotta rivoluzionaria raggiunga il suo felice e giusto compimento.

Ereticamente

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